Narcotraffico tra l’Avellinese e l’Agro Nocerino: tre nuovi arresti. Caccia allo “Zio” del clan Fezza-De Vivo

PAGANI / NOCERA / SCAFATI / MONTORO. Continuano a ritmo serrato le indagini sul maxi traffico di stupefacenti che univa la provincia di Avellino, l’Agro Nocerino-Sarnese e i canali internazionali in Spagna e Albania. I militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Salerno, sotto il coordinamento della Direzione Distrettuale Antimafia (DDA), hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal GIP del Tribunale di Salerno nei confronti di quattro persone, gravemente indiziate di traffico illecito di stupefacenti.

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Il provvedimento, eseguito tra le province di Salerno, Avellino, Caserta e Latina, rappresenta lo sviluppo giudiziario del blitz dello scorso 6 maggio, che aveva già portato all’arresto di 9 persone collegate ad ambienti criminali del clan “Fezza-De Vivo”, egemone a Pagani e nei comuni limitrofi.

All’esito degli interrogatori preventivi, il GIP ha disposto i arresti domiciliari per tre indagati e l’obbligo quotidiano di presentazione alla polizia giudiziaria per un quarto, ravvisando il concreto pericolo di fuga e di reiterazione del reato.

I destinatari delle misure cautelari:
Arresti domiciliari:

Alfonso Irace, 47 anni, residente a Nocera Inferiore;
Roberto Marino, 54 anni, residente ad Altavilla Irpina;
Tommaso Tirozzi, 48 anni, residente a Frignano (Caserta).

Obbligo di presentazione alla P.G.:
4. Antonio De Biase, 50 anni, residente a Santa Lucia di Serino.

Le piazze di spaccio e la caccia allo “Zio”

Mentre l’inchiesta si allarga, a Pagani è caccia aperta a un misterioso intermediario noto come “Lo Zio”, ritenuto un referente di spicco del clan Fezza-De Vivo. Secondo le indagini del Nucleo PEF di Salerno (in particolare delle sezioni Gico e Goa), guidato dal colonnello Antonio Specchia, “Lo Zio” gestiva i rapporti, la raccolta del denaro e le consegne di droga con il gruppo avellinese, capeggiato dal 26enne Mario D’Angelo di Montoro.

Le ingenti partite di cocaina e hashish importate dal sodalizio criminale — e testate dallo scafatese Bartolomeo Brancaccio — rifornivano le principali piazze di spaccio di Pagani, tra cui lo storico feudo di “Casa Campitiello” (ritenuto dagli inquirenti il fulcro dello smercio), via Corallo e via Romana.

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L’asse internazionale: i viaggi in Spagna e i broker albanesi

Il network criminale guidato dal ventiseienne montorese si muoveva con una fitta rete di contatti che superava i confini nazionali:

  • Il canale spagnolo: D’Angelo, titolare di una società di autonoleggio, si recava frequentemente in Spagna. Sfruttando i solidi legami che il clan Fezza-De Vivo mantiene nella penisola iberica, riusciva ad acquistare all’ingrosso carichi di hashish e cocaina dai trafficanti locali.Il canale albanese: Per l’approvvigionamento di cocaina, il gruppo si affidava a intermediari e broker albanesi che si erano stabiliti direttamente nell’Agro Nocerino per seguire da vicino le operazioni di sbarco e trasporto della merce nel Salernitano.

Il modus operandi: I pagamenti ai fornitori esteri avvenivano esclusivamente in contanti. Il denaro veniva stipato all’interno di ingegnosi doppi fondi ricavati nei furgoni; una volta consegnati i soldi, lo spazio veniva riempito con i panetti di droga.

Al ritorno in Italia, lo stupefacente veniva capillarmente distribuito non solo nell’Agro e nell’Avellinese, ma anche a Milano, nel Lazio e nel Casertano, rifornendo piazze d’alloggio autonome e gruppi di spacciatori locali.

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Il prestigio criminale e i “patti di sangue” interrotti

L’inchiesta della DDA ha tratteggiato la figura di Mario D’Angelo come quella di un broker rampante. Nonostante la giovane età, il 26enne aveva cercato di accrescere il proprio prestigio criminale stringendo solide alleanze con le nuove leve e i giovani rampolli del clan Fezza-De Vivo.

Tuttavia, i rapporti con i paganesi non si sono rivelati sempre redditizi. In alcune intercettazioni ambientali, D’Angelo si sfogava con i suoi complici per le gravi perdite finanziarie subite a causa degli affari con i partner dell’Agro e per il forte legame affettivo con uno dei giovani affiliati, commentando amaramente di “aver perso solo soldi” e temendo che quel legame gli sarebbe costato una condanna fino a 20 anni di reclusione.Nonostante le frizioni interne, i canali di rifornimento restavano enormi: oltre alla Spagna e all’Albania, il gruppo di Montoro riusciva a pescare stabilmente dai mercati di Scampia, Scafati, del Lazio e della Lombardia, garantendosi un flusso continuo di droga per l’ingrosso. Le indagini restano aperte per identificare tutti i fiancheggiatori della rete.