Medici di famiglia, la sfida delle borse: la Campania guarda alla Sardegna

Circa un terzo dei posti a concorso rispetto ai 1.200 pensionamenti previsti nella nostra regione

Segue nella seconda parte, con un focus sulla provincia di Salerno e su tutte le carenze
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La Sardegna aumenta le borse per il Corso di formazione specifica in Medicina generale e riapre il confronto sulla programmazione dei medici di famiglia. In Campania, invece, restano 240 i posti disponibili per il triennio 2026-2029, a fronte di oltre mille candidature. Si tratta di un rapporto di 4,50 aspiranti per ogni borsa che, secondo la FIMMG, evidenzia una contraddizione: mentre molti giovani medici chiedono di accedere al percorso formativo, nei prossimi anni la regione dovrà fare i conti con un numero elevato di pensionamenti.

Secondo le stime della FIMMG Campania, infatti, tra il 2026 e il 2028 potrebbero lasciare il servizio circa 1.200 medici di medicina generale. Una prospettiva che rischia di aggravare carenze già presenti, soprattutto nelle aree interne, dove la difficoltà di garantire una presenza capillare dei medici di famiglia è particolarmente evidente.

Per questo Silvestro Scotti, medico di famiglia napoletano e segretario generale della FIMMG nazionale, indica la Sardegna come possibile modello per la Campania e invita il presidente della Regione, Roberto Fico, e la struttura sanitaria regionale a valutare un incremento delle borse.

IL PARADOSSO DELLA CAMPAGNA
Il quadro campano presenta però un elemento apparentemente contraddittorio. Da un lato ci sono circa 1.080 candidature per i 240 posti disponibili; dall’altro, la Regione teme che una parte delle borse possa non essere assegnata, come già accaduto negli anni precedenti. «La Regione non ha messo borse in più perché, guardando ai numeri degli anni precedenti, una parte si è persa», spiega Pina Tommasielli, dirigente FIMMG Campania. I tecnici regionali ritengono quindi che anche quest’anno non sia scontato riuscire a coprire tutti i posti disponibili.

La FIMMG, tuttavia, sottolinea che il problema va valutato in una prospettiva più ampia. «Dal 2026 al 2028 andranno in pensione circa 1.200 medici di medicina generale e già oggi abbiamo carenze, soprattutto nelle zone interne», osserva Tommasielli. Il rischio, secondo il sindacato, è quello di escludere dal percorso medici motivati proprio mentre il fabbisogno della regione è destinato a crescere.
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PERCHÉ LE DOMANDE POSSONO NON TRADURSI IN ISCRIZIONI
La distanza tra il numero delle candidature e i posti effettivamente coperti non è necessariamente una contraddizione. Tra agosto e novembre vengono infatti definiti anche gli accessi alle scuole di specializzazione universitaria. Alcuni candidati risultati idonei al corso di Medicina generale possono quindi essere ammessi contemporaneamente a percorsi come cardiologia, radiologia, pediatria, chirurgia o altre discipline e scegliere la specializzazione universitaria. Si tratta di una scelta individuale che non può essere prevista con certezza al momento della presentazione della domanda e che si ripete da anni.

Il problema dell’attrattività, inoltre, non riguarda esclusivamente la Medicina generale. Anche alcune specializzazioni universitarie, tra cui Emergenza-Urgenza e alcune branche chirurgiche, continuano a registrare difficoltà nel coprire tutti i contratti disponibili. Per la FIMMG, dunque, sarebbe necessario intervenire sulla programmazione con strumenti più flessibili. Tra le proposte c’è un sistema nazionale di mobilità e ripescaggio volontario degli idonei, che permetta ai candidati delle regioni con un numero elevato di aspiranti rispetto ai posti disponibili di concorrere per le borse rimaste vacanti in altri territori.
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LE GRANDI DIFFERENZE TRA LE REGIONI
I dati evidenziano infatti una forte disomogeneità territoriale. Il rapporto tra candidati e posti arriva a 4,50 in Campania, a 3,38 in Emilia-Romagna, a 3,11 in Sicilia e a 3 nel Lazio. In Piemonte scende invece a 0,96, mentre a Bolzano si ferma a 0,43. Altre realtà, tra cui Basilicata, Lombardia, Marche, Trento e Valle d’Aosta, sono considerate a rischio di mancata copertura delle borse.

Il problema, quindi, non può essere affrontato semplicemente aumentando i posti in tutte le regioni. Occorre piuttosto incrociare le candidature effettive con il fabbisogno territoriale, i pensionamenti previsti e le carenze già esistenti, evitando contemporaneamente che rimangano borse inutilizzate e medici idonei esclusi.
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IL NODO DELLA SANITÀ TERRITORIALE
Dalla Campania arriva anche una richiesta di confronto politico sulla riorganizzazione dell’assistenza territoriale prevista dal DM 77. «Né sulla formazione né sull’applicazione del DM 77 siamo mai stati sentiti dal Governatore», sottolinea Tommasielli, secondo cui, in una fase così delicata, il confronto con la categoria è rimasto prevalentemente sul piano dirigenziale, mentre la struttura sanitaria regionale attende gli indirizzi politici.

Il tema assume particolare rilievo con l’avvio delle Case di comunità. La FIMMG, spiega Luigi Sparano, segretario regionale vicario, ha consentito l’avvio delle attività con la presenza dei medici di medicina generale e sta proponendo progetti per la presa in carico dei pazienti cronici. L’obiettivo è inoltre rafforzare il ruolo della Medicina generale negli screening e nelle vaccinazioni.

FORMARE OGGI I MEDICI CHE SERVIRANNO DOMANI
La questione delle borse di formazione si intreccia così direttamente con la trasformazione della sanità territoriale. Formare nuovi medici di famiglia non significa soltanto sostituire i professionisti destinati alla pensione, ma garantire il personale necessario per sostenere le Case di comunità, l’assistenza domiciliare, la prevenzione e la gestione delle patologie croniche.

La Sardegna ha scelto di aumentare i posti. La Campania, per ora, resta ferma a 240 borse, nonostante circa 1.080 candidature e una previsione di circa 1.200 pensionamenti nel periodo 2026-2028.

Per la FIMMG, sono numeri che impongono di superare una programmazione basata esclusivamente sulle borse rimaste scoperte negli anni passati e di considerare, invece, il fabbisogno reale dei territori. La sfida è già iniziata: decidere oggi quanti medici formare significa determinare quanta Medicina generale sarà disponibile nei prossimi anni.