I Comuni nell’occhio del ciclone: i veri problemi nel dopo-PNRR

Mentre Bruxelles taglia le stime sul PIL italiano e il debito si avvia a superare quello greco, le amministrazioni locali affrontano in silenzio la tempesta perfetta: rimborsi bloccati, revoche in agguato, fondi pluriennali azzerati e cantieri che costano sempre di più

Le previsioni economiche di primavera rese note ieri dalla Commissione europea restituiscono, dell’Italia, l’immagine di un Paese in affanno: la crescita è rivista allo 0,5% per il 2026 e allo 0,6% per il 2027, il debito pubblico è atteso al 139,2% del PIL – primo valore, in assoluto, nell’Unione, con la Grecia per la prima volta superata – e l’inflazione, trascinata dal caro-energia riconducibile al conflitto mediorientale, sale al 3,2%. Di fronte a queste cifre, il dibattito politico si accanisce, come d’abitudine, sui decimali di deficit e sulle schermaglie negoziali fra Roma e Bruxelles.

Eppure il danno più silenzioso – e, si può ragionevolmente ritenere, il più duraturo – si va accumulando altrove: nei bilanci dei Comuni, nelle stazioni appaltanti dei piccoli capoluoghi, negli uffici tecnici strutturalmente sottodotati chiamati a rendicontare miliardi entro scadenze che non conoscono deroghe. Non si tratta, occorre precisarlo, di polemiche su delibere contestate o su nomine discusse. Si tratta del futuro materiale dei servizi che i cittadini trovano, o non trovano, ogni giorno.

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Un Paese che cresce meno trasferisce meno

Una crescita attestata allo 0,5% non costituisce soltanto un dato rilevante per i mercati finanziari. In un ordinamento tributario come quello italiano, in cui i trasferimenti statali agli enti locali dipendono in larga misura dal gettito erariale, e dunque, per l’appunto, dall’andamento del PIL nominale, una frenata della crescita si traduce, con un ritardo stimabile in uno o due esercizi finanziari, in minori risorse per i Comuni.

Il meccanismo è, nei suoi tratti essenziali, il seguente: a) si contrae la quota di IVA distribuita attraverso il Fondo di solidarietà comunale; b) diminuiscono le compartecipazioni all’IRPEF; c) si riducono i cofinanziamenti nazionali sui fondi strutturali. A ciò si sovrappone, aggravandola, l’inflazione al 3,2%: i costi operativi degli enti (energia, appalti di servizi, utenze) crescono in termini reali, mentre le entrate nominali ristagnano o arretrano.

Va aggiunto che l’impatto dei dazi statunitensi e le interruzioni dei mercati di esportazione riconducibili al conflitto in Medio Oriente appesantiscono ulteriormente le prospettive dell’export italiano, con ricadute che, attraverso la contrazione del reddito delle imprese locali, si trasmettono alle basi imponibili comunali dell’IMU e dell’addizionale IRPEF. Il circuito si chiude su se stesso, progressivamente più stretto.

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Il nodo PNRR: 8 miliardi bloccati, cantieri avanzati e casse vuote

Al cuore della crisi finanziaria dei Comuni italiani si colloca, ed è difficile trovare una definizione più precisa, una contraddizione di ordine strutturale: gli enti locali hanno anticipato miliardi di euro per dare esecuzione alle opere del Piano nazionale di ripresa e resilienza, mentre i rimborsi statali stentano, non di rado in misura significativa, ad arrivare. Secondo i dati elaborati dall’ANCI, sono circa 8 miliardi gli importi non ancora erogati dallo Stato ai Comuni, bloccati da lungaggini burocratiche concentrate, per lo più, nei Ministeri dell’Istruzione e dei Trasporti. Fra gennaio 2024 e marzo 2025, le spese sostenute dai Comuni hanno raggiunto 3,4 miliardi, contro i soli 2,5 miliardi effettivamente rimborsati: un differenziale netto di quasi un miliardo che pesa sulla liquidità di centinaia di enti, molti dei quali già operano al limite della cassa.

Il quadro generale dell’attuazione del PNRR non offre elementi di rassicurazione. La Corte dei conti, nella relazione semestrale di dicembre 2024, ha documentato che al 30 settembre risultavano spesi appena il 30% dei fondi totali del Piano (circa 57,7 miliardi su un totale di oltre 190) e che in 79 casi su 100 il livello di spesa sostenuta era ancora inferiore al 25%. Il biennio 2025-2026 è pertanto chiamato a realizzare oltre 17 miliardi aggiuntivi rispetto alla programmazione originaria: un ritmo che non ha precedenti, richiesto a un sistema amministrativo già operante al limite delle proprie capacità.

Sul versante della rendicontazione, le conseguenze degli inadempimenti non ammettono, sul piano normativo, attenuanti di sorta. La mancata realizzazione degli interventi entro i termini previsti, ovvero la non conformità della documentazione caricata sulla piattaforma ReGis, comporta la revoca dei finanziamenti e l’obbligo di restituzione delle somme già erogate. Il profilo più insidioso è, a ben vedere, il seguente: un’opera realizzata ma non correttamente documentata diventa, ai fini del PNRR, giuridicamente inesistente, donde una divaricazione fra realtà materiale e qualificazione giuridica del risultato le cui conseguenze gravano per intero sui bilanci comunali.

I Comuni più esposti al rischio sono quelli di minore dimensione demografica, che hanno gestito i progetti PNRR avvalendosi, in misura prevalente, di personale assunto a tempo determinato appositamente reclutato per reggere la mole straordinaria di adempimenti. L’ANCI ha chiesto al Governo di prorogare tali contratti almeno fino alla conclusione degli interventi finanziati, e di estendere ai Comuni, come già previsto per le amministrazioni centrali, la possibilità di mantenere gli incarichi dirigenziali finanziati con risorse del Piano fino al 31 dicembre 2026. In mancanza di questa misura, la fase tecnica più delicata dell’intero ciclo PNRR coinciderà con la dispersione delle competenze che quella fase richiederebbe.

Il conto del superbonus edilizio: un’onda lunga che arriva nei bilanci locali

La stagione dei bonus edilizi (il c.d. superbonus 110% in primo luogo) ha prodotto sulla finanza locale effetti che, pur raramente discussi, non si possono ritenere trascurabili. Il primo è di natura indiretta: l’impennata dei costi delle costruzioni nel biennio 2021-2023, alimentata anche, sia pure non esclusivamente, dalla corsa ai lavori agevolati, ha determinato un incremento generalizzato dei prezzi di acciaio, inerti, legname e infissi, con rincari che in alcune categorie hanno superato il 20-30%. Tali variazioni hanno investito anche i cantieri PNRR, le cui basi d’asta erano state costruite su computi metrici estimativi elaborati nel 2020-2021: i quadri economici si sono rivelati, in numerosi casi, inadeguati, rendendo necessarie perizie di variante che allungano i tempi e consumano le riserve finanziarie degli appalti, con effetti – è bene precisarlo – che ricadono sull’ente locale in qualità di stazione appaltante.

Il secondo effetto è meno visibile, ma non per questo meno concreto. Diversi Comuni avevano avviato propri interventi di efficientamento energetico sul patrimonio pubblico, contando sulla cessione dei crediti fiscali connessi. Il successivo blocco di quel meccanismo ha intrappolato in molti casi risorse che gli enti avevano già anticipato o registrato come entrate future, generando tensioni di liquidità che in diversi casi non risultano ancora risolte. Altra voce, questa, di un passivo silenzioso che non trova collocazione nei titoli dei giornali.

Il quadro strutturale: fondi azzerati, manutenzione senza copertura. La desertificazione che avanza

Al di là delle vicende del PNRR e dei bonus edilizi, il profilo strutturale della finanza locale nei prossimi anni è caratterizzato, nei suoi tratti più rilevanti, da una contrazione senza precedenti nelle linee di finanziamento ordinario. Tanto premesso sul contesto generale, è opportuno soffermarsi sui dati più significativi.

La legge di bilancio 2025 ha imposto ai Comuni accantonamenti di parte corrente non spendibili pari a 430 milioni di euro nel 2025, destinati a salire a 460 milioni nel triennio 2026-2028. A ciò si aggiunge la definitiva interruzione, a decorrere dal 2025, del Fondo per le piccole opere previsto dalla legge 160/2019 (che annualmente distribuiva 400 milioni di euro per manutenzione e interventi sul territorio) senza che alcun fondo sostitutivo sia stato attivato. Il Fondo per le medie opere subirà una riduzione di 200 milioni nel periodo 2028-2030. I contributi alle opere pubbliche a favore delle Regioni, destinati almeno al 70% ai Comuni, vengono soppressi. Il fondo a sostegno della progettazione gestito dal MIT viene azzerato.

La cifra complessiva denunciata dall’ANCI è, nella sua durezza, eloquente: oltre 8 miliardi di riduzione negli stanziamenti pluriennali per investimenti fino al 2037, con una decurtazione di 2,1 miliardi l’anno dal 2029 al 2034. Per i Comuni di minore dimensione – quelli che, non disponendo di sufficienti entrate autonome, dipendono strutturalmente dai trasferimenti statali – si configura, nei fatti, una condanna all’immobilismo infrastrutturale. Molti di tali enti si troveranno costretti a ricorrere al debito per interventi di manutenzione ordinaria del patrimonio pubblico: strade, scuole, impianti sportivi.

A questi tagli si sovrappone poi un problema che, pur raramente nominato nel dibattito corrente, merita di essere considerato con la dovuta attenzione: quello dei costi di esercizio delle opere realizzate con fondi PNRR. Ogni opera portata a compimento (un asilo nido, una scuola efficientata, un impianto di pubblica illuminazione) genera, a partire dall’inaugurazione, un fabbisogno manutentivo ricorrente destinato a gravare sulla spesa corrente dell’ente per i decenni successivi. Nel contesto di accantonamenti obbligatori in aumento e di trasferimenti in contrazione, la disponibilità effettiva di risorse correnti per sostenere un patrimonio infrastrutturale che si è significativamente ampliato tende a ridursi in termini reali anno dopo anno. I Comuni che più hanno investito con il PNRR rischiano, in prospettiva non lontana, di non riuscire a mantenere in piedi ciò che, con notevole impegno, hanno costruito.

La posizione dell’ANCI: tra pressing politico e margini negoziali ridotti

Il Consiglio nazionale dell’ANCI ha definito, da tempo e con chiarezza, le priorità strategiche per il 2026: ripristino del Fondo per i piccoli Comuni, continuità della capacità di investimento locale, revisione del Fondo crediti di dubbia esigibilità (c.d. FCDE), soluzione per il Fondo anticipazioni di liquidità (c.d. FAL), e maggiore flessibilità nell’uso degli avanzi di amministrazione. Sul versante del PNRR in fase di chiusura, l’associazione ha avanzato al Governo la richiesta di prorogare al 31 dicembre 2027 il termine per completare gli interventi finanziati dai Programmi operativi complementari collegati alla politica di coesione 2014-2020. Scadenza che, diversamente, si sovrapporrebbe a quella del PNRR stesso, determinando un ingorgo amministrativo di difficile gestione.

Che le posizioni dell’ANCI siano, nel loro complesso, tecnicamente fondate è, a ben vedere, difficile da contestare. Ciò che rimane strutturalmente debole è il potere contrattuale dell’associazione: essa non dispone di leve coercitive nei confronti del Governo centrale, e la sua azione, per quanto documentata e argomentata, resta confinata nel perimetro del pressing politico. In un contesto di consolidamento fiscale imposto dalla procedura per disavanzo eccessivo, che l’Italia conta di chiudere proprio grazie al deficit sceso al 2,9%, l’accoglimento delle richieste degli enti locali dipende da una volontà politica che il quadro macroeconomico attuale non sembra, almeno per ora, favorire.

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I problemi veri non fanno notizia: è per questo che restano irrisolti

Il dibattito pubblico sulle amministrazioni locali italiane si consuma, per lo più, su scaramucce di governance che alimentano le rubriche locali senza incidere, nella sostanza, sulle politiche. I problemi fin qui descritti (rimborsi PNRR bloccati per 8 miliardi, rischio di revoca e restituzione per centinaia di enti, azzeramento dei fondi pluriennali, lievitazione dei costi degli appalti, manutenzione strutturalmente priva di copertura) non godono della medesima visibilità mediatica. Eppure sono questi, e non altri, i nodi che nei prossimi vent’anni determineranno la qualità della vita concreta nei territori.

l rischio che si vada profilando, e che nessun dato disponibile smentisce, è quello di una biforcazione, tendenzialmente irreversibile, del sistema comunale italiano: (da un lato, i Comuni di maggiori dimensioni e con strutture tecnico-amministrative consolidate, in grado di portare a compimento il PNRR, gestire la transizione e agganciarsi ai nuovi fondi europei di coesione 2021-2027; dall’altro, una fascia ampia di enti, geograficamente concentrata nel Mezzogiorno e nelle c.d. aree interne, destinata a un impoverimento progressivo delle funzioni, ridotta, in ultima analisi, a mera stazione di erogazione di servizi minimi, senza la capacità effettiva di investire autonomamente su alcunché. Fra questi due poli, le previsioni di Bruxelles rese note ieri non aprono varchi: un Paese che cresce allo 0,5% con un debito prossimo al 140% del PIL non dispone delle risorse necessarie per intervenire su una finanza locale già in affanno.

La questione che resta aperta, e che esige risposte di ordine politico, non soltanto tecnocratico, è se questa biforcazione sia ancora reversibile, o se si stia già consolidando in una diseguaglianza territoriale strutturale che nessuna futura stagione di investimenti straordinari riuscirà, realisticamente, a correggere.

Questi sono i veri problemi per i Comuni, soprattutto nel nostro territorio dell’Agro e del salernitano intero, e per chi si accinge ad amministrarli nei prossimi anni, non certo le polemiche da bar dello sport, che purtroppo imperversano sui social a opera di commentatori in cerca di autore e profondamente ignari di tutto ciò. Chi si candiderà alle prossime elezioni amministrative è attrezzato per fare fronte a tutto ciò nel migliore dei modi? Questa dovrebbe essere la domanda a cui gli elettori dovrebbero rispondere nel momento del voto, senza pensare a clientele e parentele. Per il bene di tutti e per il nostro futuro. Faber quisque fortunae suae.
Giovanni D’Alessandro – docente universitario, costituzionalista