Preferenze e capilista, il bluff della riforma elettorale

Il Senato approva il compromesso del centrodestra: fino a tre preferenze, ma resta la corsia privilegiata per i capilista. E il Rosatellum continua a offrire vantaggi alle segreterie dei partiti

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ROMA – Il Senato tutela i capilista mentre la legge vigente continua a offrire vantaggi a partiti diversi.

La prima preferenza continua a esprimerla il partito. È quella per il capolista, che nel meccanismo approvato al Senato precede i candidati scelti dagli elettori. Il compromesso del centrodestra conserva questa gerarchia. Il nome indicato dai vertici mantiene la priorità mentre gli altri si misurano con il consenso personale. La promessa di restituire la scelta ai cittadini incontra qui il suo limite.
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Il voto del 10 settembre va raccontato con precisione. Il Senato ha respinto, con 99 contrari e 68 favorevoli, la parte del subemendamento Parrini che eliminava i capilista bloccati. Successivamente ha approvato l’emendamento della maggioranza con 97 sì, 67 no e due astensioni. Il testo prevede fino a tre preferenze per gli altri candidati, con vincoli di genere. È un passaggio dell’iter della riforma, non ancora una nuova legge in vigore.

Il peso della scelta individuale dipende, però, dai seggi ottenuti dalla lista. Se in un collegio ne conquista uno soltanto e il capolista viene proclamato eletto proprio lì, le preferenze espresse per gli altri non determinano chi entra in Parlamento. Le candidature multiple possono liberare posti e modificare gli esiti concreti. La priorità del capolista, intanto, resta scritta nella regola.
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Le preferenze avrebbero dunque effetti reali, ma entro uno spazio delimitato dai partiti. Il bluff politico sta nell’enfasi con cui si celebra il potere degli elettori mentre si conserva una corsia prioritaria per i nomi decisi dai vertici. Il voto personale può cambiare l’ordine di arrivo degli altri candidati ma non può scavalcare quella precedenza.

La disputa investe anche la sorte dell’intera riforma. Il Rosatellum potrebbe sopravvivere alla difficoltà di conciliare interessi diversi. Alcune sue caratteristiche offrono ai partiti ragioni per accontentarsi della legge che c’è, anche continuando a criticarla.

Anzitutto, le liste bloccate nella quota proporzionale mantengono nelle mani dei partiti l’ordine dei candidati. È una leva decisiva sulla composizione dei gruppi parlamentari. Per le dirigenze, conservarla significa evitare che la competizione personale per le preferenze modifichi le gerarchie stabilite nella preparazione delle liste. È una convenienza che può attraversare gli schieramenti. Lo consente il meccanismo della legge vigente.

Le coalizioni, inoltre, non sono un obbligo giuridico. Chi vuole difendere la propria autonomia può correre da solo. Nei collegi uninominali, però, dividere i voti può significare perdere seggi. La libertà formale ha un prezzo politico. E anche la riforma ammette liste non coalizzate. L’autonomia dalle alleanze è quindi un argomento da maneggiare con cautela, non un vantaggio esclusivo del Rosatellum.
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La legge attuale non prevede, infine, un premio nazionale di maggioranza. I collegi possono comunque amplificare la vittoria di uno schieramento, ma manca il premio aggiuntivo legato al superamento di una soglia. Per chi teme che a conquistarlo possa essere l’avversario, conservarne l’assenza può diventare una convenienza.

La Lega offre un esempio concreto degli interessi in gioco. I collegi uninominali possono valorizzarne il radicamento territoriale, soprattutto al Nord. L’adesione all’intesa sulla riforma può dunque comportare la rinuncia a un vantaggio del sistema attuale. Il rispetto dell’accordo di maggioranza e la convenienza elettorale del singolo partito non necessariamente coincidono.
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Anche per il centrodestra nel suo insieme la convenienza della riforma dipende dagli equilibri elettorali e dal ruolo di Vannacci. Se diventa meno sicura la possibilità di vincere, può indebolirsi l’interesse a introdurre un premio di maggioranza. Una riforma concepita per consolidare la propria vittoria rischia di perdere attrattiva quando potrebbe rafforzare gli avversari.

Per ora l’accordo di maggioranza regge, come dimostra il voto al Senato. La riforma potrebbe però fermarsi se le convenienze dei suoi promotori smettessero di coincidere. Il Rosatellum resterebbe in piedi senza bisogno che tutti ne diventino sostenitori. Tra il capolista protetto della riforma e la lista bloccata della legge vigente, il potere delle segreterie dispone già di due modi per sopravvivere.
Prof. Giovanni D’Alessandro – Docente diritto costituzionale