Scafati/Vesuviani: pizzo, armi e droga, in Appello il “nuovo clan”

Sono 23 gli imputati: i vertici della cosca rischiano 20 anni a testa. In primo grado inflitti due secoli di carcere

Scafati/Vesuviani. Estorsioni, spaccio di sostanze stupefacenti, riciclaggio e possesso di armi con l’aggravante del metodo mafioso: è stato fissato per l’8 ottobre il processo di secondo grado a carico dei componenti del clan ribattezzato “Famiglia” di Scafati, condannati in primo grado a complessivi due secoli di reclusione.

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Alla sbarra ci sono 23 imputati. Nel giudizio di primo grado, celebrato con il rito abbreviato, i giudici hanno inflitto pene fino a 20 anni di reclusione per i promotori del sodalizio criminale, tra cui spiccano i nomi di Dario Federico, Salvatore Di Paolo, Renato Sicignano e Raffaele Forte. Per molti dei coimputati non è scattata l’aggravante dell’associazione mafiosa, motivo per cui diverse condanne sono risultate più miti rispetto alle richieste iniziali formulate dalla Procura.

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L’inchiesta della DDA

L’indagine, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia (DDA), ruota attorno a un’associazione a delinquere di tipo mafioso che operava stabilmente tra Scafati e l’area dei comuni vesuviani.

Secondo l’impianto accusatorio, gli imputati facevano parte di un clan di camorra autonomo, autodefinitosi “Famiglia” proprio per via degli stretti vincoli di parentela che legano i principali sodali. Al vertice dell’organizzazione viene collocato il pluripregiudicato Dario Federico, originario di Boscoreale.Come spiegato dal GIP nell’ordinanza di custodia cautelare, l’uomo — già condannato nel 2007 in via definitiva come capo e promotore di un’associazione di stampo mafioso — avrebbe progressivamente spostato i propri interessi criminali dalla storica roccaforte di Pompei e Boscoreale, assumendo il controllo egemonico del territorio di Scafati.

Il blitz e l’ascesa nel vuoto di potere

L’operazione nacque da un’attività congiunta tra i Carabinieri e la Guardia di Finanza. Il quarantanovenne Dario Federico (catturato dalle forze dell’ordine dopo un periodo di latitanza) avrebbe esteso i tentacoli del suo gruppo su Scafati approfittando del vuoto di potere lasciato dai clan storici del territorio, come i Loreto-Ridosso e i Matrone-Buonocore. Nella richiesta di giudizio immediato per tutti gli imputati, la DDA sottolinea come Federico si sia servito della collaborazione fattiva del quarantasettenne scafatese Salvatore Di Paolo, volto già ampiamente noto alle forze dell’ordine e nelle aule di tribunale.

Secondo i magistrati dell’antimafia salernitana, l’espansione definitiva del gruppo su Scafati sarebbe avvenuta in seguito a un ulteriore indebolimento delle consorterie locali, accelerato dagli arresti eseguiti nel dicembre del 2021 a carico di esponenti di spicco della cosca dei Matrone. Acquisita una netta supremazia sugli altri sodalizi criminali della zona, il clan ha imposto il proprio controllo fino alla disarticolazione da parte dello Stato. La parola passa ora ai giudici della Corte d’Appello per il processo bis di ottobre.