Coltivazioni su Marte grazie a un agronomo nocerino

Possibile ora coltivare in ambienti non convenzionali, perfino su Marte.

640-ricercatore-Enea-Luigi-d’Aquino-rtaliveE l’inventore di riferimento è un nocerino, l’agronomo e ricercatore Enea Luigi d’Aquino. L’invenzione che sta affascinando il mondo scientifico, è marcata dall’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, energia e lo sviluppo economico sostenibile (Enea) e dal partner privato Gruppo Fos. L’agronomo nocerino ha iniziato lo studio alcuni anni fa, cimentandosi in una sfida tecnologica tutt’altro che banale, coltivare lì dove non si penserebbe perché ambiente inadatto a far crescere le piante. Il sistema del microcosmo brevettato contiene una serie di elementi innovativi, il più evidente dei quali, ma non l’unico, è l’architettura a doppio stadio per controllare indipendentemente l’ambiente in cui cresce la parte aerea delle piante e quello dove crescono le radici delle piante stesse.

Questa innovazione può consentire di coltivare piante in ambienti non convenzionali, ossia quello in cui almeno uno dei fattori ambientali necessari alla crescita delle piante (come luce, temperatura, disponibilità di suolo, aria, acqua) non è disponibile o è disponibile ad un livello inadeguato: «Con questo sistema è possibile la coltivazione, ad esempio, in una metropolitanachiarisce d’Aquino -, oppure in un aeroporto, un sotterraneo». L’idea ha conquistato anche numerosi articoli sui media internazionali, e il ricercatore nocerino pensa anche a una sperimentazione nella sua città: «Nell’area archeologica sotterranea di piazza del Corso, ad esempio, potrebbe essere installata questa innovazione tecnologica per consentire la coltivazione di piante alimentari o anche solo ornamentali, allo scopo di rendere più vivibile il luogo attraverso la purificazione dell’aria e impreziosendo il sito archeologico stesso con una coltivazione sperimentale. Ovviamente, sarei disponibile a seguire un progetto per la realizzazione dell’idea».

Piazza del Corso nasce dalla rimodulazione del progetto di realizzazione di un complesso edilizio. Nel 1991, infatti, a pochi metri dalla chiesa di San Matteo, emersero i resti di una villa romana, di due recinti funerari e di un tratto della Nuceria-Stabias. Finiti nel degrado per anni, nel 2015, il Comune ha promosso il recupero dell’area in collaborazione con l’Università di Salerno e la Soprintendenza Archeologica. Un’équipe di archeologi e studenti coordinati dalla prof. Rosa Fiorillo ha effettuato nuove indagini e presto i risultati saranno resi noti. A questi lavori ha collaborato l’archeologo Gianluca Santangelo: «L’area archeologica di piazza del Corso potrebbe giovarsi di questa installazione proposta da d’Aquino in quanto si tratta di un’eccellenza che farebbe acquisire ulteriore visibilità al sito. Questa tecnologia, infine, se validata dalla soprintendenza, potrebbe rientrare tra le buone pratiche di gestione sostenibile del verde in ambito archeologico».

Favorevole all’idea lanciata dall’agronomo anche Antonio Pecoraro, presidente dell’Archeoclub: «E’ quanto mai opportuna perché è sgradevole il primo impatto del sito per il visitatore. L’attuale condizione dell’area nasce dalla tormentata vicenda che ha portato alla salvezza di questo unico brandello di Nuceria all’esterno della mura. Alla proposta di lasciare il sito visibile all’aperto o con la copertura ipotizzata dal professor Renato Sparacio al convegno promosso dall’Archeoclub, negli anni Novanta si realizzò la chiusura a più pilastri che ha in parte rovinato l’area. L’amministrazione del sindaco Torquato ha poi cercato di porvi rimedio negli stretti limiti consentiti».

Salvatore De Napoli – La Città

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